A cinque mesi dall’entrata in commercio del mifepristone,
sono state vendute 3.000 confezioni, l’80% nelle regioni del nord. Proviamo a metterci dalla parte del produttore: le vendite, 3.000 in cinque mesi, una media mensile di 600, sono soddisfacenti oppure no? Per qualcuno questo esercizio dell’immaginazione può essere sgradevole: già non piacciono i panni di chi produce farmaci “ordinari”, figuriamoci di chi ha introdotto la “pillola abortiva”. In genere le persone ritengono che le aziende che producono farmaci ottengano profitti “sulla pelle della gente”. Questa brutta immagine deriva dalla comune scarsa conoscenza del mondo farmaceutico e dalle strumentalizzazioni dei media. L’industria farmaceutica è normalmente dipinta dai giornali in modo distorto. In realtà l’azienda, nel contribuire ad aumentare quantità e qualità della salute collettiva, deve fare profitto per ammortizzare le spese di ricerca, pagare i propri dipendenti, reinvestire in ricerca di nuovi farmaci ecc. Ma veniamo al mifepristone, sarà soddisfatto il management della Nordic Pharma, l’azienda distributrice del farmaco? Semplicemente, chi commercializza un farmaco è soddisfatto se le vendite sono in linea con le previsioni. Vendite “eccessive” rispetto alle previsioni, contrariamente a quanto si penserebbe, possono essere altrettanto negative quanto vendite al di sotto dell’atteso. Le previsioni di vendita di un farmaco sono una grossa sfida per chi lavora nelle funzioni commerciali. E non è una questione di sfera di cristallo. Ci sono dei dati oggettivi sui quali fare delle stime più accurate possibile, ad esempio quante persone soffrono di quella malattia, quanti nuovi casi vengono diagnosticati in un anno, i dati di vendita in altri Paesi. Nel caso del mifepristone il dato certo è che ogni anno in Italia si praticano circa 138.000 interruzioni di gravidanza legali (
dati ISTAT) e che in Paesi come Francia e Svezia il 30% delle IVG è realizzato con la pillola. Ci si aspetterebbe quindi che, dopo una prima fase di “lancio”, diciamo di sei mesi, i dati di vendita si assestino sulle 40.000 confezioni annue, più di 3.000 al mese. Invece ne sono state vendute 3.000 in cinque mesi, piuttosto poche. Potevano prevedere i manager della Nordic Pharma che dopo le lungaggini dell’iter di autorizzazione nazionale ci si sarebbero messe pure le Regioni a ostacolare l’accesso al farmaco? Certo quando il 31 marzo, a pochi giorni dall’autorizzazione centrale, il sottosegretario Roccella ha bisbigliato nell’orecchio dei Governatori che
“le Regioni hanno un largo margine di autonomia per stabilire tempi e modalità”, ha di fatto invitato le Regioni a ritardare l’inserimento del mifepristone nel prontuario regionale. Per questo e per le controversie sulla modalità di dispensazione (day-hospital o ricovero ordinario?) il quadro sul territorio è molto disomogeneo e genera disparità. Ciò non ha risvolti solo sul piano etico, ma anche su quello medico-legale: una donna che va incontro a complicanze post-chirurgiche può oggi a ragione rifarsi sul servizio sanitario della propria regione che non le ha dato accesso, in modo pienamente informato, all’alternativa farmacologica? In ogni caso, dai dati regionali di vendita sembrerebbe che il colore politico valga in prima battuta (ricordiamo le “battute” di Cota e Zaia, freschi di investitura). Per fortuna prevale l’esperienza medica del farmaco laddove, come in Piemonte e Toscana, centri di eccellenza praticavano il mifepristone anche prima dell’autorizzazione centrale – e comunque 20 anni dopo rispetto agli altri Paese europei. Ultima informazione, stavolta incoraggiante: il ministero della Salute sta per emanare un decreto che prevede la
contestualità dell'immissione in commercio dei nuovi farmaci da parte delle Regioni al momento dell'autorizzazione dell'Agenzia italiana del farmaco . Va bene l’autonomia regionale, ma un nuovo farmaco deve essere reso disponibile ai malati cronici appena autorizzato e in modo uniforme su tutto il territorio nazionale. L’IVG non si configura come una malattia cronica? Nella definizione, no; ma come “domanda di salute”, forse si.

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