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L’Assemblea Parlamentare del Consiglio d’Europa discuterà a inizio ottobre un report e una risoluzione presentati dalla Commissione degli affari sociali, della salute e della famiglia sul problema dell’obiezione di coscienza fra gli operatori sanitari. Nel report l’Italia risulta insieme alla Polonia e alla Slovacchia fra le nazioni in cui le norme sull’obiezione di coscienza sono applicate in modo inadeguato. Ma mi pare che il problema, più che nell’applicazione, stia nell’inadeguatezza della normativa stessa, per esempio nella legge 194 che, salvo casi eccezionali, tutela il diritto all’obiezione nella stessa misura in cui tutela quello all’aborto.
Gli ultimi dati sulle obiezioni di coscienza ci dicono che in Italia 7 ginecologi su 10 sono obiettori, e quindi negano alle donne il diritto di abortire stabilito dalla legge 194. È interessante confrontare come questo dato si accompagni con il calo degli aborti registrato tra il 2006 e il 2008: circa diecimila aborti annui in meno (131mila nel 2006, 121mila nel 2008). Ora, bisogna capire se questo calo sia una buona notizia, e se sia davvero un “segno che la legge 194..funziona bene”, come leggiamo nell’articolo del Sole24Ore, Inserto Salute, del 7 settembre 2010, che riporta questi dati (p.9) . Innanzitutto bisognerebbe capire quanti sono gli aborti che non rientrano nelle statistiche, e poi bisogna capire se i vari ostacoli che le donne trovano sulla strada dell’aborto, tra cui il numero elevatissimo di medici obbiettori, non funga da deterrente improprio nel momento in cui si rivolgono alle strutture preposte. C’è anche da chiedersi se a volte non sia meglio ricorrere all’aborto che non mettere al mondo un figlio quando non si è nelle condizioni di garantirgli un adeguato stile di vita. Insomma, può essere che il calo degli aborti sia dovuto al fatto che la legge 194 funziona bene, ma il dubbio è se tanto la legge 194 quanto il calo degli aborti siano da valutare positivamente.
L’obiezione di coscienza in ambito medico non può essere un diritto, come prevede la 194. Con l’obiezione di coscienza si fanno ricadere sugli altri delle convinzioni personali che sono lecite e rispettabili appunto finchè restano nella sfera del “personale”, ma che non possono essere lecite quando pretendono di condizionare le scelte altrui o di imporsi a livello politico e legislativo. Questo perchè si tratta di convinzioni di tipo metafisico (spesso religioso) che come tali non hanno riscontri oggettivi e quindi non possono essere fatti valere sul piano pubblico, dove le ragioni devono essere condivisibili su basi oggettive e razionali (almeno in democrazia). È il concetto stesso di “coscienza”, che è un concetto piuttosto oscuro e di origine cristiana, a non poter essere invocato come giustificazione ultima, quasi fosse una zona franca che giustifica qualunque comportamento e rispetto a cui nessuno è autorizzato a chiedere ragioni. Le “ragioni private” non sono affatto ragioni, così come la “coscienza” non è affatto una giustificazione.
L’obiezione di coscienza è dunque un lusso, e come tale bisogna poterselo permettere. Per permetterselo, bisognerebbe poter garantire il servizio sanitario dell’aborto senza costi economici, psicologici e sulla salute aggiuntivi per le altre persone. Costi economici si hanno quando bisogna pagare (e profumatamente) un medico non obiettore perchè sostituisca il collega obiettore: in questo modo il servizio sanitario, cioè lo Stato, cioè tutti noi, staremmo pagando con le nostre tasse un prezzo per le convinzioni morali e religiose di alcune persone, il che è contraddizione con l’idea di Stato laico. Costi psicologici si hanno quando la donna è costretta ad attendere o a richiedere un medico non obiettore perchè la sua decisione solleva gravi problemi morali per qualcun altro, come se la scelta di abortire non fosse già sofferta e dolorosa di per sè. Costi per la salute si hanno quando le difficoltà a reperire i medici obiettori crea ritardi o comunque mancanza di adeguata assistenza sanitaria causando danni fisici alle donne. Garantire il diritto all’obiezione di coscienza non consente di evitare questi costi.
La risoluzione della Commissione all’Assemblea Parlamentare Europea punta a un "compromesso” che tuteli il diritto a ricevere le prestazioni sanitarie allo stesso modo in cui tutela l’obiezione. Ma credo si tratti di una proposta che concede troppo, perchè non sono due diritti che stanno sullo stesso piano. Qualunque compromesso, per quanto sbilanciato in favore dei diritti dei pazienti, significherebbe comunque far pagare un seppur minimo costo per questioni “di coscienza”, cosa non compatibile con l’idea di laicità e democrazia che si vorrebbe per l’Europa.

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