Ieri sono stata al convegno intitolato “La moralità dell’eutanasia”, dove è stato presentato il libro “L’ultimo gesto d’amore” di Mina Welby, con la partecipazione dell’autrice. Mi appresto con piacere a leggerlo, riflettendo sulle parole che ho ascoltato. In particolare ho apprezzato Sergio Bartolommei che come sempre ci dà elementi nitidi e incisivi sui quali riflettere: cerchiamo di non occuparci di macro-categorie astratte come la Morte ma pensiamo alle reali circostanze del morire.
Fino a ieri pensavo che nel contesto attuale fosse opportuno tenere separati il dibattito sul testamento biologico rispetto a quello sull'eutanasia (e molto inopportuno metterli insieme). Ho cambiato idea, ho capito che insistere a distinguere i due campi è ipocrita e artificioso. Se l'autodeterminazione è davvero un valore e un diritto, le circostanze ovvero le condizioni cliniche della persona verso la fine della sua vita non devono contare. Ci sono condizioni cliniche dove per abbreviare il processo di morire è sufficiente rifiutare le cure – e anche interrompere le cure da parte del medico, come è stato detto, implica un'azione. Altre nelle quali interrompere le cure non è affatto sufficiente, c’è bisogno di chiedere un’azione che non sia pura omissione, che qualcuno condivida gli effetti di una scelta individuale per sé e su di sé con un atto più coraggioso. Suona strano ma vorrei la stessa opportunità, quella di scegliere se accorciare il processo del mio morire, sia se mi trovassi nella condizione terminale di una malattia degenerativa – dove ad esempio poter rifiutare il respiratore artificiale – sia se mi trovassi verso il termine di una malattia oncologica dove la semplice interruzione delle cure non accorcerebbe affatto il tempo tra la mia scelta e il termine della mia vita. E potrei non accontentarmi dell’offerta di cure palliative come se il mio unico bisogno fosse annullare il dolore fisico. Nel periodo indefinito che non mi viene concesso di abbreviare, essere in stato di incoscienza con alte dosi di morfina, magari in preda a sogni angosciosi, potrebbe non apparirmi una soluzione consolatoria. C’è dunque un continuum tra rifiutare le cure e chiedere l’eutanasia, tra astenersi dal proseguire le cure e praticare l’eutanasia volontaria attiva.

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