PRECISAZIONE SU QUESTO BLOG

Questo blog vuole promuovere la laicità e il pluralismo incoraggiando una riflessione sulle questioni morali più rilevanti nell'ambito della bioetica. Siete tutti invitati a partecipare al dibattito lasciando i vostri commenti ai post degli autori del blog.
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domenica 27 marzo 2011

Riflessioni da "La moralità dell'eutanasia"

Ieri sono stata al convegno intitolato “La moralità dell’eutanasia”, dove è stato presentato il libro “L’ultimo gesto d’amore” di Mina Welby, con la partecipazione dell’autrice. Mi appresto con piacere a leggerlo, riflettendo sulle parole che ho ascoltato. In particolare ho apprezzato Sergio Bartolommei che come sempre ci dà elementi nitidi e incisivi sui quali riflettere: cerchiamo di non occuparci di macro-categorie astratte come la Morte ma pensiamo alle reali circostanze del morire.

Fino a ieri pensavo che nel contesto attuale fosse opportuno tenere separati il dibattito sul testamento biologico rispetto a quello sull'eutanasia (e molto inopportuno metterli insieme). Ho cambiato idea, ho capito che insistere a distinguere i due campi è ipocrita e artificioso. Se l'autodeterminazione è davvero un valore e un diritto, le circostanze ovvero le condizioni cliniche della persona verso la fine della sua vita non devono contare. Ci sono condizioni cliniche dove per abbreviare il processo di morire è sufficiente rifiutare le cure – e anche interrompere le cure da parte del medico, come è stato detto, implica un'azione. Altre nelle quali interrompere le cure non è affatto sufficiente, c’è bisogno di chiedere un’azione che non sia pura omissione, che qualcuno condivida gli effetti di una scelta individuale per sé e su di sé con un atto più coraggioso. Suona strano ma vorrei la stessa opportunità, quella di scegliere se accorciare il processo del mio morire, sia se mi trovassi nella condizione terminale di una malattia degenerativa – dove ad esempio poter rifiutare il respiratore artificiale – sia se mi trovassi verso il termine di una malattia oncologica dove la semplice interruzione delle cure non accorcerebbe affatto il tempo tra la mia scelta e il termine della mia vita. E potrei non accontentarmi dell’offerta di cure palliative come se il mio unico bisogno fosse annullare il dolore fisico. Nel periodo indefinito che non mi viene concesso di abbreviare, essere in stato di incoscienza con alte dosi di morfina, magari in preda a sogni angosciosi, potrebbe non apparirmi una soluzione consolatoria. C’è dunque un continuum tra rifiutare le cure e chiedere l’eutanasia, tra astenersi dal proseguire le cure e praticare l’eutanasia volontaria attiva.





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lunedì 7 marzo 2011

balle bioetiche

L'onorevole Di Virigilio, nel presentare e difendere alla Camera il ddl sul, cioé contro, il testamento biologico, parte dicendo 4 palesi sciocchezze (per usare un epiteto educato) nel giro di 3 minuti. Se la difesa di questa legge si basa su questi finti ragionamenti, non c'è dubbio che la legge verrà respinta dalla Corte Costituzionale.
Dice Di Virgilio (che, detto per inciso, è stato Presidente Nazionale della Associazione Medici Cattolici Italiani ed è membro della Pontificia Accademia per la Vita) le seguenti cose:
- che il diritto alla vita ha una storia millenaria nella nostra civiltà, e quindi è un principio laico (sottintendendo che non deve valere solo per i cattolici). - Falsa la prima affermazione (la pena di morte è ancora diffusa in molte società avanzate, e nello Stato Vaticano è stata abolita solo quarant'anni fa); sbagliato il ragionamento (una storia millenaria dovrebbe essere prova di laicità? Il più delle volte vale piuttosto il contrario, se è vero che i principi tradizionale sono il cavallo di battaglia del mondo cattolico).
- che il diritto alla vita va riconosciuto anche alle persone in stato vegetativo permanente, le quali non vanno discriminate solo perché sono disabili. - Falso il presupposto sulla disabilità: se dobbiamo dar retta alla scienza e non a quel che dicono i cattolici (che possono dire e fare quello che vogliono per quel che li riguarda, ma non possono rendere politiche le loro convinzioni), gli individui in SVP non sono "disabili". Sono individui permanentemente in stato "vegetativo", che è uno stato qualitativamente diverso dalla disabilità, e non un grado di disabilità molto alto, come sancisce la comunità scientifica internazionale, per esempio nella Glasgow Outcome Scale, che è quella internazionalmente più utilizzata. Sempre che dobbiamo dare retta alla scienza. Altrimenti diciamo chiaramente che vogliamo far le leggi ritagliate sulle opinioni personali dei cattolici, solo perché i cattolici sono in maggioranza. Questa non sarebbe democrazia, ma almeno lo sappiamo.
- che la nutrizione e idratazione artificiale non sono trattamenti medici, ma mezzi di sostentamento basilari, e quindi i pazienti, in nome del loro diritto alla vita, non possono rifiutarli. - Questo è falso, perchè le più autorevoli società mediche internazionali (per esempio l'American Medical Association), oltre che il buon senso, stabiliscono che sono trattamenti medici. E il ragionamento è comunque concettualmente sbagliato perché trasforma il "diritto alla vita" in un "dovere alla vita", in base ad argomenti che, qualunque sia la loro giustificazione, non sono giustificati in base a dati scientifici e a ragioni oggettive.
- che nutrizione e idratazione artificiale, in quanto mezzi di sostentamento basilari e non terapie, sarebbero "ordinari e proporzionati". Anche questo è concettualmente sbagliato perché "ordinario" e "proporzionato" sono concetti valutativi soggettivi: cosa è proporzionato e cosa no dipende da come un soggetto vive la sua situazione, non da cosa decide una maggioranza politica o religiosa: nessuno può convincermi che infilarmi un tubo dalla bocca allo stomaco per somministrarmi sostanze chimiche e farmaceutiche per il resto dei miei giorni (o dei giorni in cui il mio corpo resterà vivo senza di "me") sia un mezzo di sostegno proporzionato alla mia soglia di sopportazione, o alla mia idea di dignità.
Insomma, se dobbiamo dar retta alla scienza e a ragioni oggettive, questa legge è eticamente, concettualmente e scientificamente inaccettabile. Se dobbiamo dare retta ad altre cose, come quelle dette dall'ex Presidente Nazionale della Associazione Medici Cattolici Italiani e membro della Pontificia Accademia per la Vita, cose che, detto per inciso, ricalcano perfettamente la posizione ufficiale della Chiesa Cattolica, se dobbiamo dar retta a queste cose, allora diciamo chiaramente che la maggioranza parlamentare ha il potere di imporre le proprie vedute sulla vita e sulla morte a tutti i cittadini. Una volta che abbiamo le idee chiare su questo, forse non possiamo fermare la legge, ma senz'altro saremo in grado di adoperare meglio le parole di cui la maggioranza parlamentare si riempie la bocca, e prima fra tutte la parola "libertà".


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venerdì 4 marzo 2011

Perchè obiettare alla contraccezione d'emergenza?

La FOFI (Federazione degli Ordini dei Farmacisti) auspica una legge che faccia chiarezza sulla delicata questione dell’obiezione di coscienza dei farmacisti riguardo alla pillola del giorno dopo.

Mi piacerebbe che fosse la FOFI a far chiarezza, attraverso corretta informazione e formazione rivolte in primo luogo ai farmacisti, sulle proprietà farmacologiche del levonorgestrel, detto appunto “pillola del giorno dopo”.

Il levonorgestrel è un contracettivo d’emergenza. Non è un farmaco abortivo, allora perchè invocare l'obiezione di coscienza rifacendosi alla legge 194?

Leggiamo, dalla scheda tecnica del prodotto – che è il documento ufficiale al quale deve riferirsi ogni atto di prescrizione e di dispensazione di un medicinale - che il levonorgestrel sopprime l’ovulazione inibendo così la fecondazione, se il rapporto è avvenuto in fase pre-ovulatoria, quando è maggiore la probabilità di fecondazione. Il farmaco potrebbe anche impedire l’impianto; non è efficace quando il processo di impianto è già iniziato.

Non è efficace quando il processo di impianto è già iniziato... quindi non induce aborto! Anzi semmai, come tratto dal sito dell’autorevole ginecologa Alessandra Graziottin, come tutti i progestinici, può avere un’azione pro-gestagena, ossia favorevole al proseguimento di una gravidanza già avviata, e quindi diventa antiabortivo. Che paradosso: obiezione di coscienza verso un farmaco che impedisce l’aborto!

Leggiamo dagli organi di stampa della FOFI che “la consegna del prodotto contribuisce ad un eventuale esito abortivo in una catena di causa ed effetti senza soluzione di continuità”. Che capolavoro di equilibrismo verbale! E’ chiaro cosa si intende. E’ il meccanismo secondario di impedire l’impianto ad essere equiparato tout-court all’induzione di aborto. Ma dal punto di vista fisiologico e farmacologico questa interpretazione non è corretta e induce equivoci nei farmacisti non aggiornati e nel pubblico. L’OMS ha definito la gravidanza come la fase di sviluppo embrionale successiva all’impianto in utero. Secondo la strana interpretazione della FOFI, paradossalmente anche un metodo contraccettivo ordinario, come la spirale, o addirittura la pillola anticoncezionale innescherebbero la stessa "catena di causa ed effetto".

La contraccezione d’emergenza esiste dagli anni ’70, solo che allora si praticava con bombardamenti di alte dosi di estro-progestinici, da 5 anni con un progestinico con un profilo di tollerabilità nettamente migliore, il levonorgestrel.

Al Dr. Andrea Mandelli, Presidente della FOFI, che ha una visione internazionale delle questioni inerenti la professione, chiederei se anche in altri Paesi europei i farmacisti invocano l'obiezione di coscienza in relazione alla contraccezione d'emergenza.



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mercoledì 26 gennaio 2011

L’ennesimo schiaffo dei pro-life a Beppino. Per favore, basta offendere il buon senso!


In margine ad un tentativo di invito rilanciato da Avvenire

Dopo la beffarda decisione del governo di celebrare proprio il 9 febbraio, anniversario della morte di Eluana, la “Giornata Nazionale degli stati vegetativi”, un altro schiaffo al buon senso, alla coerenza logica e al decoro civile viene ora dalla notizia pubblicata dal quotidiano dei vescovi Avvenire (p. 13) di oggi che dà risalto all’invito rivolto a Beppino Englaro da Fulvio De Nigris di partecipare a Bologna il 9 febbraio ad una rappresentazione teatrale organizzata dalla Associazione di De Nigris, recitata da giovani uscita dal coma.

De Nigris giustifica l’invito osservando che la presenza di Englaro a Bologna «può essere l’occasione per pacificare gli animi, per trovare un ragione­vole punto di comprensione» perché «nessu­no ha in animo di contrapporre un movi­mento pro vita ad un altro pro morte. Noi vor­remmo soltanto che non si contrapponesse la libertà di scelta al diritto di cura». Così facendo, però, mostra di mancare del minimo di coerenza logica e di sobrietà che si addice alle buone maniere.

Infatti, De Nigris non ha il controllo del discorso, perché la contrapposizione è tra chi vuole la libertà di scelta e chi invece vuole imporre il “dovere di cura” (presupponendo che il “diritto di cura” sia indisponibile). Manca di sobrietà civile perché, dopo aver condannato in tutti i modi gli Englaro e ispirato il Governo ad una manifestazione chiaramente divisiva come la Giornata Nazionale, vuole ora arruolare Beppino nelle schiere pro-vita.

Non sappiamo il perché di quest’iniziativa poco garbata, ma può darsi che ciò dipenda dalle difficoltà incontrate dalla Giornata Nazionale, dovute tra l’altro anche al fatto che la FISH (Federazione Italiana Sostegno Handicap: la Federazione che riunisce la maggior parte delle Associazioni di settore) ha dichiarato “infelice la scelta della data: il 9 febbraio … piaccia o no, è stato caricato di significati etici da coloro che hanno considerato l’esito della vicenda di Eluana Englaro come una vittoria nei confronti di certe logiche” (si veda il comunicato stampa: http://www.fishonlus.it/2011/01/21/giornata-nazionale-degli-stati-vegetativi-la-posizione-fish/ )

D’altro canto, Beppino ed altre Associazioni laiche hanno cercato di evitare lo scontro e la rissa astenendosi da ogni replica alla provocazione del Governo. Lasciamo che il governo “se la canti e se la suoni” senza ulteriori controversie: il livello raggiunto è così infimo da non meritare repliche! Pensavamo che bastasse. Ora invece ci troviamo di fronte alla nuova provocazione da parte del quotidiano dei vescovi, che ha passato sotto silenzio il Comunicato FISH e dà invece grande risalto all’invito di De Nigris: una ben strana modalità di informare secondo verità e con correttezza, come vantano di fare!

Un’ultima nota. Nella sua lettera a Beppino, De Nigris scrive che «C’è bisogno di comprensione e pacificazione. Tante famiglie vor­rebbero avere voce, ma si riesce poco a farle parlare. Occorre dare un senso di rispetto a posizioni differenti che possono convivere, anche se nessuno si dimentica di quel che è successo». Affermazioni condivisibilissime. È vero che molte famiglie vorrebbero parlare e dire a voce alta che ambirebbero a seguire la via aperta da Beppino, ma non lo fanno per evitare il linciaggio morale riservato agli Englaro proprio dai pro-life. È anche vero che ci sono posizioni differenti e che queste possono convivere pacificamente. Ciò capita quando si rispetta la LIBERTA’ DI SCELTA DI CIASCUNO: Beppino (con altri) non impone ai vitalisti di condividere la scelta di Eluana, ma, purtroppo, la reciproca non vale. È per questo che inviti come quelli di De Nigris sono irricevibili e mostrano solo di essere ispirati o ad una sfrenata volontà di imporre ad altri le proprie tesi, oppure ad un disperato tentativo di “negare la realtà”, tecnica usata in questi giorni anche in altre situazioni. Sembra che basti insistere nel dire che il caso Eluana è stato un errore ed invitare Beppino a riconoscerlo pubblicamente, per cambiare la realtà delle cose.

Che De Nigris mostri tanto fanatismo pro-governativo, pazienza. Che Avvenire sia pronto a rilanciare è invece preoccupante perché mostra la sudditanza del quotidiano dei vescovi alla politica governativa. Come testimonia il comunicato della FISH taciuto da Avvenire, nel mondo cattolico la realtà è ben diversa, con una varietà di posizioni. Queste, però, non trovano spazio su Avvenire, che invece dà risalto solo alle veline del Governo.

Maurizio Mori

Presidente

giovedì 30 dicembre 2010

Comunicato sezione pisana - su invito Sacconi e Roccella a votare ddl Calabrò sul fine vita

Consulta di Bioetica ONLUS

Sezione di Pisa

30 Dicembre 2010

Non gli è bastato 'scippare' il 9 febbraio – anniversario della morte di Eluana Englaro - per farne una “giornata nazionale” contro la libertà di scelta alla fine della vita. Il ministro Sacconi e il sottosegretario Roccella tornano ora a richiamarsi ai valori cristiani e cattolici per sollecitare i deputati ad approvare il DL Calabrò contro il testamento biologico. In questa occasione, con un linguaggio cifrato che poco riguardo ha della sofferenza e libera volontà dei morenti e molto invece ne ha dei segnali di fumo vaticani, i due crociati di governo si professano “laici adulti” e interpreti autentici dell'“identità nazionale”.

E' difficile in sette righe vedere concentrate due bugie più grosse. Il laico non è né adulto né infante. E' laico. Come tale si distingue per non richiamarsi nelle scelte legislative a valori religiosi – il contrario di quel che fanno i crociati di governo.

L'appello all' “identità nazionale”, d'altra parte, nel contesto del pluralismo delle visioni morali e religiose, è solo un additivo retorico per spacciare come “Made in Italy” certe assurde e crudeli idee condivise solo da una esigua minoranza di italiani, come l'obbligo di curarsi anche in situazioni infernali e incurabili.

E' il momento che materie così importanti e delicate non siano più lasciate nelle mani di un personale politico che utilizza le questioni bioetiche per stendere veline ministeriali con l'unico scopo di rassicurare il Vaticano e facilitare manovre politiche, in barba ai drammi e alle sofferenze della gente.

La bioetica ha sicuramente preso a spostare voti (e promuovere alleanze per salvare governi decotti..). Prestino però attenzione i cittadini che con questo meschino indaffararsi non vengano spostate e compromesse le loro libertà fondamentali.

Consulta di Bioetica – sezione di Pisa

Il Coordinatore

Sergio Bartolommei


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giovedì 9 dicembre 2010

ESPOSTO CONTRO IL PREMIER BERLUSCONI:CONCLUSA LA CONFERENZA STAMPA

Si è svolta oggi a Torino, alla presenza del Legale che ha li ha assistiti, l’affollata conferenza stampa organizzata dai promotori dell’esposto contro il Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, con riferimento all’espressione “Meglio essere appassionato di belle ragazze che gay”.

I promotori Giovanni Caponetto (presidente Comitato Arcigay Provincia di Torino), Andrea Benedino (membro segreteria provinciale PD), Paolo Briziobello (fondatore Rete Nazionale di Cittadini PRESENTEèFUTURO), Maria Cascella (cittadina, esponente della società civile), Anna Paola Concia (parlamentare PD), Aurelio Mancuso (presidente Equality Italia) e Maurizio Mori (presidente di Consulta di Bioetica Onlus) hanno ribadito che tale affermazione del Premier è stata percepita come gravemente lesiva della dignità e libertà di ciascuna persona.

Vi è, infatti, la ferma convinzione che la dignità - che costituisce un diritto fondamentale della persona riconosciuto e protetto a livello sopranazionale – debba sempre riferirsi alla persona umana concreta, quale essa è e non quale dovrebbe essere secondo punti di vista religiosi, filosofici o ideologici, poiché la dignità non appartiene a chi se la merita, ma a tutti gli uomini e le donne qualunque sia il loro comportamento.

Ancora nel 2000 la Corte Costituzionale Italiana, con la sentenza n. 293 affermava che quello della dignità della persona è un valore costituzionale che permea di sé il diritto positivo. A ciò ha fatto seguito, sotto la spinta di un mutamento manifestatosi a livello continentale, il riconoscimento del diritto all'identità sessuale affermato da ultimo con la recente sentenza 15/04/2010 n. 138.

La scelta di ricorrere alla Magistratura consegue alla riflessione che quanto dichiarato dal Capo del Governo nell’esercizio della sua funzione istituzionale, trascenda i limiti di tollerabilità del dibattito politico e della libertà di espressione di una figura pubblica, legittimando potenziali comportamenti discriminatori nei confronti di individui e formazioni sociali, pacificamente tutelati dalla Costituzione.

L’iniziativa è stata condivisa con numerosi altri sottoscrittori, uomini e donne di ogni orientamento sessuale, che hanno avvertito la strumentalizzazione di un valore per entrambi imprescindibile: la rispettabilità.

I promotori annunciano che nelle prossime ore sarà aperta una sottoscrizione on line a sostegno delle ragioni dell’esposto, visto il grande interesse verso l’iniziativa manifestato in ogni parte d’Italia.

“Abbiamo ritenuto di ribadire, con serenità ma fermezza, che attacchi sguaiati ed incivili verso uomini e donne di questo Paese non possono essere tollerati da alcuna persona nell’esercizio della funzione pubblica , tantomeno dal Premier” ha concluso Paolo Briziobello.

Torino, 9 Dicembre 2010

www.consultadibioetica.org
www.presente-futuro.it
www.arcigaytorino.it

sabato 4 dicembre 2010

Onorevole Binetti: basta con la favola della solitudine e della disperazione!!!

La persona deve avere la possibilità di accedere all’eutanasia per morire con dignità, non buttandosi dai balconi o sotto i treni


Nonostante gli studi medici, l’onorevole Paola Binetti continua a credere alle favole, come quella che i bambini nascano sotto il cavolo o che chi commette suicidio sia sempre disperato e solo, e che con un po’ più d’assistenza avrebbe continuato a vivere! La tragedia non sta nella scelta compiuta da Mario Monicelli di buttarsi, lucido, malato e terminale a 95 anni, dal 5° piano dell’ospedale, ma sta nel fatto che per morire abbia dovuto compiere quel tipo di gesto e che ci siano ancora persone come Binetti che continuano a negare la realtà e si rifiutino di vedere che, arrivate a un certo punto, le persone decidono liberamente che è meglio morire con dignità invece di aspettare che la natura faccia il proprio corso tra immani sofferenze.

Non è vero che le cure palliative risolvano sempre le difficoltà alla fine della vita, e una società civile non può continuare alla favola che sarebbero sempre sole e disperate le migliaia di persone che ogni anno in Italia scelgono di buttarsi da ponti, torri o sotto i treni per chiudere la partita. Bisogna aprire la possibilità di accedere alla morte con dignità e ammettere con rigore l’eutanasia, come negli altri paesi civili.

Il presidente

Maurizio Mori

Comunicato stampa: Nuova offesa del Governo alla memoria di Eluana

Ormai al ministero della salute se la cantano e se la suonano fuori dalla realtà,

pur di espropriare il messaggio di Eluana

27 novembre 2010

L’istituzione da parte del Consiglio dei Ministri di una giornata nazionale degli stati vegetativi proprio il 9 febbraio, giorno della fine di Eluana, è l’ultima offesa del Governo alla memoria di Eluana, nel tentativo di acquisire il sostegno della chiesa cattolica. Una prima offesa era venuta allorquando nel 2009 il Premier Berlusconi dichiarò che stava benissimo tanto che avrebbe anche potuto avere un figlio. Ora, il Governo ritorna con affermazioni antiscientifiche per bocca del sottosegretario Roccella affermando che Eluana era “una ragazza affetta da disabilità grave la cui vita è stata interrotta per decisione della magistratura”.

Ancora più grave, si usa l’anniversario di Eluana per espropriare il messaggio lasciato da Eluana, affermando che il 9 febbraio dovrebbe essere una giornata capace di unire tutti sull’unico obiettivo di difesa ad oltranza della vita, un obiettivo diametralmente opposto a quello voluto da Eluana. E’ mancanza di rispetto cercare di cancellare la testimonianza di Eluana camuffando la realtà.

Nessuno nega alle famiglie che assistono chi è in stato vegetativo il merito nel loro compito, ma Eluana ha mostrato che ci possono essere anche scelte diverse come quella di interrompere le terapie, e che anche queste scelte meritano rispetto come le altre. Roccella ancora una volta offende la memoria di Eluana pretendendo di negare questa dignità per cieco attaccamento al vitalismo.

Se la Giornata fosse un’occasione per lo studio scientifico e imparziale dello stato vegetativo sarebbe benvenuta. Ma, il Ministero della salute ha già dato prova di faziosità escludendo dall’elaborazione del Glossario e del Libro Bianco i maggiori esperti italiani del settore e scegliendo solo quelli che condividono l’ideologia vitalista. La Consulta di Bioetica è preoccupata per quest’uso fazioso delle istituzioni pubbliche teso a capovolgere la realtà e ad escludere coloro che condividono il messaggio di Eluana, sulla scorta dei dati scientifici riconosciuti in tutto il mondo.

Il Presidente,

Maurizio Mori

sabato 20 novembre 2010

I TRE MOSCHETTIERI DELLA BIOETICA - Comunicato stampa della sezione pisana sugli attacchi del Governo ai registri comunali per il testamento biologico

Ben tre ministri-moschettieri si mobilitano e con una circolare congiunta – un atto forse senza precedenti - solennemente dichiarano che spezzeranno le reni al..testamento biologico. Nella circolare prendono di mira i Comuni che hanno istituito un registro delle dichiarazioni anticipate di trattamento e avvertono i cittadini che questi atti non avrebbero nessun valore giuridico.

Plaudono all'iniziativa il neo-cardinale Monsignor Sgreccia, dello Stato Vaticano, e il Sottosegretario Eugenia Roccella, sempre in prima fila – in barba alla costituzione repubblicana su cui anch'ella ha giurato - nelle iniziative tese a stabilire come le persone devono procreare, vivere, curarsi e morire.

La compagnia di giro della bioetica di lotta e di governo dovrà però decidersi. O i testamenti biologici hanno importanza o non ce l'hanno.

Se non ce l'hanno, non è chiaro perché sfoderare pezzi da novanta per cercare di affondare atti che si scioglieranno da soli come neve al sole.

Se invece l'importanza questi atti ce l'hanno, allora priva di valore sarebbe la circolare dei tre moschettieri, in quanto sulla questione importante e delicata di come ognuno in certe condizioni vuol morire è bene che la posta in gioco non sia decisa da qualche spadaccino col suo fido scudiero, ma da ciascuno di noi.

Riservandoci in un'altra occasione di entrare nel merito della solenne circolare, attendiamo un chiarimento sul perché di questo tintinnare di ferraglia.

Consulta di Bioetica – sezione di Pisa

Il Coordinatore

Sergio Bartolommei

lunedì 15 novembre 2010

PIENO APPOGGIO ALL’ASSOCIAZIONE COSCIONI PER L’INIZIATIVA DI DIFFUSIONE DEL VIDEO SULLA LIBERTÀ DI SCELTA

Milano, 15 novembre 2010

La Consulta di Bioetica Onlus, riunita in Assemblea ordinaria il 12 Novembre 2010, per iniziativa del Presidente ha discusso dell’opportunità di intervenire a commento dello spot diffuso dall’Associazione Coscioni, in cui un malato terminale dichiara in modo lineare e diretto l’intenzione di scegliere anche sulla propria morte.

Sono note le critiche levatesi contro tale azione, giudicata inopportuna o addirittura in contrasto con le normative vigenti.

La Consulta di Bioetica in genere preferisce altri tipi di interventi culturali, ma, dopo aver visionato il documento, lo ha ritenuto apprezzabile per la linearità e la misura con cui richiama l'attenzione sulla condizione di persone malate per le quali la prosecuzione della vita diventa insostenibile, e per la chiarezza e incisività con cui sollecita la valorizzazione della cultura della scelta.

Con questo documento l'Associazione Coscioni conferma il meritorio impegno in direzione della promozione dei diritti civili, attraverso il diretto coinvolgimento del grande pubblico.

Consulta di Bioetica Onlus

lunedì 8 novembre 2010

Comunicato stampa: LA SCIENZA VA VALORIZZATA E NON DEMONIZZATA.

DOPO L’ESCLUSIONE DEI LAICI CAMPO APERTO A GIOVANARDI PER FILIPPICA OSCURANTISTICA.

Le biotecnologie, anche in campo riproduttivo, sono oggi un’opportunità che incrementa la libertà di scelta e i diritti degli individui all’interno della famiglia, intesa come luogo degli affetti, perchè favoriscono le scelte riproduttive a prescindere dai problemi fisici o dall’orientamento sessuale dei componenti del nucleo famigliare.

Sorprende e dispiace che il sottosegretario Carlo Giovanardi apra la Conferenza sulla Famiglia senza tener conto di queste opportunità della scienza, ma anzi scagliandosi contro di essa e quindi, indirettamente, contro i fondamentali diritti civili.
L’idea tradizionale di famiglia è così l’unica che trova spazio in questa Conferenza.

La Consulta di Bioetica aveva richiesto di partecipare alla Conferenza anche per far sentire una voce laica rispetto ai nuovi problemi che oggi la famiglia si trova ad affrontare. Inspiegabilmente la Consulta di Bioetica, come altre associazioni laiche, è stata esclusa, forse per creare un consenso artificiale che rende questa Conferenza un monologo autoreferenziale dove una sola voce e una sola etica vengono proposte e imposte.

La Consulta di Bioetica condanna questo metodo di lavoro che mette il bavaglio alle voci laiche e questi monologhi antiscientifici che contribuiscono ad alimentare la cappa culturale sui temi bioetici nel nostro Paese.

Il segretario
Alberto Giubilini

Il Presidente
Maurizio Mori

giovedì 4 novembre 2010

venerdì 22 ottobre 2010

Should I love you as you are?

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the original post is here


A couple of weeks ago I attended an interesting conference about "Reason, Theology and the Genome " organized by the McDonald centre for theology, Ethics and Public Life in Oxford.

I noticed that there was a general agreement, among speakers, about the intrinsic moral value of unconditional love of parents toward their children. Apparently parental unconditional love is a quite relevant argument against human enhancement. The argument goes, more or less, like this “we have to unconditionally love our children but enhancing them would mean we don’t accept them for what they are”. As Sandel writes “To appreciate children as gifts is to accept them as they come, not as objects of our design, or products of our will, or instruments of our ambition. Parental love is not contingent on the talents and attributes the child happens to have … [W]e do not choose our children”

Such a claim raises interesting questions. First of all, do parents really love their children unconditionally? And if so, is that a good thing in a moral perspective? And if it is good, are we sure it is better than “conditional” love?

1) Do parents love their children unconditionally? To love unconditionally can mean at least two things: (a) to love in a priori way: someone is loved for the sake of being herself, and in despite of anything, good or bad, she will do or she is (b) to forgive any mistake the person would possibly make.

(a) I wonder if this kind of feeling expresses what parental love is, as for instance, by definition, parental love is given under the circumstance that someone is in a parent-child relationship (it doesn’t matter if for genetic or social reasons, as in adoptions). For instance, a parent might stop to love a child after finding out that she is the result of an adulterous relationship of the partner. So at least there is one condition of parental unconditional love, that is one is actually the parent. Anyway, leaving aside this detail, I wonder if parents love their children for what they are under any condition or if they instead try to influence their offspring so that they have good reasons for loving them (even more). For instance parents try to shape their children teaching certain values, rules, idea, reading them certain books instead of others, pushing them to practice a sport or another, choosing a school, clothes, food and friends. Education is a strong attempt to shape, modify and influence a child, but even if we can discuss goals and means, we all would agree that education is a good thing and an essential parental duty. Do parents who educate their children love them less than the ones who don’t educate them? I would say no, and even more, I would say that parents who put a lot of effort in the education of their kids show to care about them much more than parents who don’t put that effort. One could object that anyway parents love their children even if all their attempts to educate them, fail. In the Christian tradition, for instance, the parable of the Prodigal Son shows how a father is happy to welcome back his son even if he previously let him down, forgiving him for his mistakes. But also in this case, the condition is that the Prodigal Son eventually regrets and comes back home, but what if the Prodigal Son would have been a forerunner of Charles Manson? Would his father still had loved him? Even if we suppose that parents, in general, feel unconditional love for their kids, is that feeling something as a contract one cannot rescind? I mean, couldn’t that be that if our child does something bad, or even horrible, like killing other innocent human beings, we stop loving her? At the end of the day, even god himself doesn’t forgive all the mistakes and the sins. After all that is why the hell was created.

Now, suppose that you can suppress in you child that variance gene that, as recent studies show, is related to higher chances to become a psychopath. Would you think that suppressing the gene would mean that you do not accept the child as she is and that your parental love is not unconditional?

If we think that parents have a right to educate their children in order to make them, let’s say, obedient to laws, then we should think they also have a right to suppress the “psychopath gene”. In both cases, they are trying to influence their children, and it is not morally relevant if they would love them anyway, as the objection against enhancement is based on the argument that “enhancing children implies that one does not accept them for what they are”.

I think I showed that an unconditional love intended as the refusal to attempt to educate, shape and influence the offspring doesn’t bring to any relevant moral conclusion, as the relationship parents-offspring is essentially based on the influence parents exert on their kids.

So maybe unconditional love is more about (b) forgiving, since, as a parent, one is more keen on forgiving (and therefore on keeping loving) her children instead of other people. Or you are more keen on forgiving your child even if he is selfish, lazy, arrogant and annoying but you would not accept these behaviours in other people. Or you would even forgive your child who stole your money to buy drugs, but you probably would not forgive your cousin etc.

If unconditional love is about forgiving, than the reason why parents who want to enhance their children would be bad parents, is that they would have issues with forgiving a child who did a mistake or who is not the kind of person they would like her to be.

2) And at this point my second question about parental unconditional love comes: what is so good about it? It is not clear what would be morally good and praiseworthy about, if it was true, a kind of love that is so “blind” and unconditioned that doesn’t stop even when the other person behaves like a “monster”. We can agree that this kind of love is the strongest, the deepest etc but should we say it is also the most moral, the best in an ethical perspective? And if so, why?

As moral agents we develop (hopefully) moral paradigms we use to evaluate other people, as well as our own behaviours. These moral paradigms are essential to define our moral horizon, meaning what we think is moral or not. Why should we use different moral paradigms to judge our children? If the moral paradigm is a good one, then there is no reason to reject it. If I think that killing people is a bad thing, well, it is a bad thing even if it is my child's favourite hobby. If I think that being selfish and arrogant is bad, then there is nothing (morally) intrinsically good in loving my selfish and arrogant child.

If I think that smart people are more interesting than stupid ones, then I have a reason to believe that I would prefer my daughter to be smart instead of stupid.

I don’t say that parents should not love their children in despite of what they are, of course they can and they often do that. I remember once I heard on TV the mother of a guy who had just set alight a clochard declaring “He is a good boy”. To be sincere, my idea of a good boy is not compatible with a sadistic homicide. Moreover I don’t see anything remarkable, in a moral perspective, in forgiving and loving such a human being. I don’t see why this stubborn love should have such a moral relevance that then, trying to have a child that better fits what we define good traits, is automatically immoral.

In my understanding unconditional love is, in the best case, morally neutral, and not intrinsically good. We can love people for what they represent (our offspring) or for what they are and do (sweet, smart, generous kids). I don’t see how the argument based on unconditional parental love is supposed to be an argument against enhancement, as 1) unconditional love as the refusal to attempt to shape the offspring is not compatible with the role of parents 2) unconditional love as infinite forgiveness has no intrinsic moral value, but seems instead to be a subversion of an established moral paradigm.

sabato 9 ottobre 2010

DOCUMENTO DELL'ASSEMBLEA PARLAMENTARE EUROPEA SULL'OBIEZIONE DI COSCIENZA. Cosa ne pensate?

Riportiamo il testo del documento approvato il 7 ottobre (lo trovate anche qui), che ha accolto quasi tutti gli emendamenti proposti alla versione originaria della risoluzione, e in particolare quelli di Luca Volontè (UDC), Renato Farina (PDL) e Giuseppe Galati (PDL). Cosa ne pensate?


Provisional edition

The right to conscientious objection in lawful medical care

Resolution 1763 (2010)[1]

1. No person, hospital or institution shall be coerced, held liable or discriminated against in any manner because of a refusal to perform, accommodate, assist or submit to an abortion, the performance of a human miscarriage, or euthanasia or any act which could cause the death of a human foetus or embryo, for any reason.

2. The Parliamentary Assembly emphasises the need to affirm the right of conscientious objection together with the responsibility of the state to ensure that patients are able to access lawful medical care in a timely manner. The Assembly is concerned that the unregulated use of conscientious objection may disproportionately affect women, notably those having low incomes or living in rural areas.

3. In the vast majority of Council of Europe member states, the practice of conscientious objection is adequately regulated. There is a comprehensive and clear legal and policy framework governing the practice of conscientious objection by healthcare providers ensuring that the interests and rights of individuals seeking legal medical services are respected, protected and fulfilled.

4. In view of member states' obligation to ensure access to lawful medical care and to protect the right to health, as well as the obligation to ensure respect for the right of freedom of thought, conscience and religion of healthcare providers, the Assembly invites Council of Europe member states to develop comprehensive and clear regulations that define and regulate conscientious objection with regard to health and medical services, which:

4.1. guarantee the right to conscientious objection in relation to participation in the procedure in question;

4.2. ensure that patients are informed of any objection in a timely manner and referred to another healthcare provider;

4.3. ensure that patients receive appropriate treatment, in particular in cases of emergency.



[1] Assembly debate on 7 October 2010 (35th Sitting) (see Doc. 12347, report of the Social, Health and Family Affairs Committee, rapporteur: Mrs McCafferty, and Doc. 12389, opinion of the Committee on Equal Opportunities for Women and Men, rapporteur: Mrs Circene). Text adopted by the Assembly on 7 October 2010 (35th Sitting).

mercoledì 6 ottobre 2010

Why aren't you a vegetarian?

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Il link originale a questo post si può trovare cliccando qui


The article recently published by J. McMahan on The New York Times provoked, quite unsurprisingly, both enthusiastic and polemic reactions. Alexandre Erler wrote an interesting post discussing some of the questions arose by the article and illuminating comments to the post helped to develop some relevant arguments.

McMahan proposal is not entirely new to the ones who are familiar with the debate about vegetarianism, as for instance David Pearce brilliantly discussed the same topic in his on-line book “the abolitionist project”. Pearce, as McMahan, starts from the idea that we should consider the suffering that happens in the natural world, as in the wild many animals are killed by predators in horrible and painful ways.

One possible solution is to reprogram those predators in order to turn them into “vegetarians”. The idea of “vegetarian” lions or tigers (Vions and Vigers, as Alexandre calls them) sounds a bit odd at the beginning, but then, when one thinks carefully about the issue, it makes much more sense. If pain is a bad thing, and we have a way to avoid it, why shouldn’t we? Leaving aside other problems, my intention is to focus on the question if we should reprogram not just predators, but also humans.

Among humans, being a vegetarian is basically a matter of choice. We are naturally programmed to be omnivores but we can decide not to eat other animals for different reasons such as: the desire not to inflict pain to animals, or the desire to have a healthy life-style or because it is more environmental friendly or because of religious precepts etc.

Reading Mc Mahan’s article I started to wonder if it is really just a matter of free will and rational commitment and if not, which factors can influence the choice to be a vegetarian. It can be that the decision to be a vegetarian is influenced by a higher level of empathy, but in general we can suppose that there are allelic combinations that make someone more likely to become a vegetarian (as there are allelic combinations that make someone more likely to be a believer, a criminal or a pianist etc).

Even if it would be extreely interesting to discuss about the genetic factors that can make someone a keen vegetarian, I want to focus on the particular aspect of the pleasure of eating meat. This kind of pleasure could perhaps be influenced by levels of iron in the blood or low levels of other nutritionals that can regulate the appetite for a certain kind of food instead of another. We know, for instance, that craving sweets is connected to low serotonin levels. We can therefore suppose that there are similar mechanisms that would explain the “desire” of meat. Of course I don’t want to suggest that genes are the only element that determines if someone is a vegetarian or not, but I think that a genetic predisposition should be taken into account. I am well aware that eating meat is influenced by cultural elements, but if cultural factors would be the only influential ones then we would have no vegetarians in countries where meat is part of the traditional diet. So probably both allelic combinations and cultural elements determine if one is a vegetarian or a meat eater.

There are a few arguments that I consider relevant, among the arguments against vegetarianism, and one of those is the pleasure an individual (X) can get eating meat. In a utilitarian perspective, if X gets Z amount of pleasure eating Y, we need a good reason to claim that Y shouldn’t be eaten. Of course there are a number of possible good reasons why Y shouldn’t be eaten: 1) Y can get a bigger amount of pleasure (K) in being alive compared to the pleasure X gets eating it or 2) Y is a member or a family or a society so that Y’s death would cause suffering among other members of Y’s community 3) Y has projects, desires, preferences and plans for the future so that Y’s death implies a loss of the opportunity to enjoy future pleasant experiences.

Y could be a human, a chimpanzee or a pig, it doesn’t make much difference (even if of course there are differences among the biographic lives of members of species I just mentioned). At any rate, if Y has a biographic life and a perception of pain, we need good arguments in order to decide if it’s moral or not to eat it. More precisely, in order to establish that it is morally acceptable for X to eat Y, we need Z >K, meaning that the pleasure of eating Y is bigger than the amount of pain produced.

Since we generally believe that death is a bad thing, cases where Z>K are really a few. This is especially true if we think of the cruelty connected to modern factory-farming. It seems that, everything considered, ZK and, even more important, we need to take into account cases where Z>0 (the majority, actually).

I must confess that I always feel a bit surprised when someone asks me how can I be a vegetarian, giving up on meat, fish and eggs, because it really doesn’t require me any effort at all. In a scale where Z is between 0-10 I would say my Z=1. I never really loved meat or fish. On the other hand, I have a sweet tooth and living without chocolate would dramatically reduce the quality of my life, being Z=9. As I said before, I suspect that the subjective evaluation of Z (in relation to different kinds of food) is influenced by a genetic predisposition, apart from environmental elements. Probably some of us just can give up on meat more easily than others. Still, of course, we are rational beings and we have the possibility to be vegetarians even if it implies a lot of effort, as well as we can refrain from doing a lot of things we would like to do, i.e. sleeping ten hours per night or eating a kilo of ice-cream per day. It could be, anyway, that some humans are more like cows and others are more like lions, and even if we can decide to be vegetarians, maybe "cows-like-vegetarians" shouldn’t discard as a simple lack of will or lack of virtue the attitude of the ones who claim it is really hard to them to give up on meat (fish, eggs, cheese etc).

If there was something such as a “vegetarian gene” (and I mean by this an allelic combination that would make it easier for people to stop eating meat) and if we believe being vegetarians is the most moral option, then we would have a moral duty to select for vegetarian babies, meaning babies whose Z would be about O. This would make it much easier to everyone who wants to be a vegetarian to actually stick to this dietary restriction. Before that moment, anyway, taking seriously the issue of pain inflicted to animals seems to be a strong enough deterrent to eat meat.



With many thanks to David Pearce, Riccardo Carbonaro and Pablo Stafforini for their precious comments on this topic.

martedì 5 ottobre 2010

Comunicato stampa: Gioia per il premio Nobel al padre della fecondazione in vitro. È la vittoria della scienza sull’oscurantismo e sul moralismo!

Ora rivediamo la legge in Italia

Milano, 4 ottobre 2010

La Consulta di Bioetica saluta con grande entusiasmo il conferimento del premio Nobel per la Medicina a Robert Edwards, padre della fecondazione in vitro.
Il prestigioso riconoscimento allo scienziato di Cambridge certifica non solo l’alto valore scientifico del suo lavoro, ma anche l’alto valore etico delle sue scoperte, che rendendo possibile il trattamento dei problemi della sterilità hanno ampliato la libertà di scelta delle persone in materia riproduttiva.
Il valore simbolico del riconoscimento è ancora più grande se si pensa a quanto ancora oggi, soprattutto nel nostro Paese, sulle tecniche di fecondazione assistita pendano le condanne morali degli ambienti legati a visioni tradizionaliste della vita e della riproduzione. Oggi chi cerca attraverso la scienza di ampliare il benessere e la libertà delle persone è guardato da questi ambienti con sospetto anziché con gli onori che gli spettano.
L’auspicio della Consulta di Bioetica è che l’assegnazione di questo premio sia da stimolo a far progredire l’approccio etico alle questioni riproduttive anche nel nostro Paese. Occorre infatti rivedere in senso liberale la nostra legge in materia di fecondazione assistita, che è ancora vittima di quell’oscurantismo e di quel moralismo con cui troppo spesso si fanno passare in secondo piano i benefici che la scienza può portare all’umanità, quando è lasciata libera di progredire e quando il lavoro degli scienziati viene sostenuto e riconosciuto, come è stato nel caso di Edwards.

Il Presidente
Maurizio Mori

Il segretario
Alberto Giubilini
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venerdì 24 settembre 2010

A cinque mesi, le magre vendite di mifepristone

A cinque mesi dall’entrata in commercio del mifepristone, sono state vendute 3.000 confezioni, l’80% nelle regioni del nord. Proviamo a metterci dalla parte del produttore: le vendite, 3.000 in cinque mesi, una media mensile di 600, sono soddisfacenti oppure no? Per qualcuno questo esercizio dell’immaginazione può essere sgradevole: già non piacciono i panni di chi produce farmaci “ordinari”, figuriamoci di chi ha introdotto la “pillola abortiva”. In genere le persone ritengono che le aziende che producono farmaci ottengano profitti “sulla pelle della gente”. Questa brutta immagine deriva dalla comune scarsa conoscenza del mondo farmaceutico e dalle strumentalizzazioni dei media. L’industria farmaceutica è normalmente dipinta dai giornali in modo distorto. In realtà l’azienda, nel contribuire ad aumentare quantità e qualità della salute collettiva, deve fare profitto per ammortizzare le spese di ricerca, pagare i propri dipendenti, reinvestire in ricerca di nuovi farmaci ecc. Ma veniamo al mifepristone, sarà soddisfatto il management della Nordic Pharma, l’azienda distributrice del farmaco? Semplicemente, chi commercializza un farmaco è soddisfatto se le vendite sono in linea con le previsioni. Vendite “eccessive” rispetto alle previsioni, contrariamente a quanto si penserebbe, possono essere altrettanto negative quanto vendite al di sotto dell’atteso. Le previsioni di vendita di un farmaco sono una grossa sfida per chi lavora nelle funzioni commerciali. E non è una questione di sfera di cristallo. Ci sono dei dati oggettivi sui quali fare delle stime più accurate possibile, ad esempio quante persone soffrono di quella malattia, quanti nuovi casi vengono diagnosticati in un anno, i dati di vendita in altri Paesi. Nel caso del mifepristone il dato certo è che ogni anno in Italia si praticano circa 138.000 interruzioni di gravidanza legali (dati ISTAT) e che in Paesi come Francia e Svezia il 30% delle IVG è realizzato con la pillola. Ci si aspetterebbe quindi che, dopo una prima fase di “lancio”, diciamo di sei mesi, i dati di vendita si assestino sulle 40.000 confezioni annue, più di 3.000 al mese. Invece ne sono state vendute 3.000 in cinque mesi, piuttosto poche. Potevano prevedere i manager della Nordic Pharma che dopo le lungaggini dell’iter di autorizzazione nazionale ci si sarebbero messe pure le Regioni a ostacolare l’accesso al farmaco? Certo quando il 31 marzo, a pochi giorni dall’autorizzazione centrale, il sottosegretario Roccella ha bisbigliato nell’orecchio dei Governatori che “le Regioni hanno un largo margine di autonomia per stabilire tempi e modalità”, ha di fatto invitato le Regioni a ritardare l’inserimento del mifepristone nel prontuario regionale. Per questo e per le controversie sulla modalità di dispensazione (day-hospital o ricovero ordinario?) il quadro sul territorio è molto disomogeneo e genera disparità. Ciò non ha risvolti solo sul piano etico, ma anche su quello medico-legale: una donna che va incontro a complicanze post-chirurgiche può oggi a ragione rifarsi sul servizio sanitario della propria regione che non le ha dato accesso, in modo pienamente informato, all’alternativa farmacologica? In ogni caso, dai dati regionali di vendita sembrerebbe che il colore politico valga in prima battuta (ricordiamo le “battute” di Cota e Zaia, freschi di investitura). Per fortuna prevale l’esperienza medica del farmaco laddove, come in Piemonte e Toscana, centri di eccellenza praticavano il mifepristone anche prima dell’autorizzazione centrale – e comunque 20 anni dopo rispetto agli altri Paese europei. Ultima informazione, stavolta incoraggiante: il ministero della Salute sta per emanare un decreto che prevede la contestualità dell'immissione in commercio dei nuovi farmaci da parte delle Regioni al momento dell'autorizzazione dell'Agenzia italiana del farmaco . Va bene l’autonomia regionale, ma un nuovo farmaco deve essere reso disponibile ai malati cronici appena autorizzato e in modo uniforme su tutto il territorio nazionale. L’IVG non si configura come una malattia cronica? Nella definizione, no; ma come “domanda di salute”, forse si.


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lunedì 13 settembre 2010

il lusso dell'obiezione

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L’Assemblea Parlamentare del Consiglio d’Europa discuterà a inizio ottobre un report e una risoluzione presentati dalla Commissione degli affari sociali, della salute e della famiglia sul problema dell’obiezione di coscienza fra gli operatori sanitari. Nel report l’Italia risulta insieme alla Polonia e alla Slovacchia fra le nazioni in cui le norme sull’obiezione di coscienza sono applicate in modo inadeguato. Ma mi pare che il problema, più che nell’applicazione, stia nell’inadeguatezza della normativa stessa, per esempio nella legge 194 che, salvo casi eccezionali, tutela il diritto all’obiezione nella stessa misura in cui tutela quello all’aborto.
Gli ultimi dati sulle obiezioni di coscienza ci dicono che in Italia 7 ginecologi su 10 sono obiettori, e quindi negano alle donne il diritto di abortire stabilito dalla legge 194. È interessante confrontare come questo dato si accompagni con il calo degli aborti registrato tra il 2006 e il 2008: circa diecimila aborti annui in meno (131mila nel 2006, 121mila nel 2008). Ora, bisogna capire se questo calo sia una buona notizia, e se sia davvero un “segno che la legge 194..funziona bene”, come leggiamo nell’articolo del Sole24Ore, Inserto Salute, del 7 settembre 2010, che riporta questi dati (p.9) . Innanzitutto bisognerebbe capire quanti sono gli aborti che non rientrano nelle statistiche, e poi bisogna capire se i vari ostacoli che le donne trovano sulla strada dell’aborto, tra cui il numero elevatissimo di medici obbiettori, non funga da deterrente improprio nel momento in cui si rivolgono alle strutture preposte. C’è anche da chiedersi se a volte non sia meglio ricorrere all’aborto che non mettere al mondo un figlio quando non si è nelle condizioni di garantirgli un adeguato stile di vita. Insomma, può essere che il calo degli aborti sia dovuto al fatto che la legge 194 funziona bene, ma il dubbio è se tanto la legge 194 quanto il calo degli aborti siano da valutare positivamente.
L’obiezione di coscienza in ambito medico non può essere un diritto, come prevede la 194. Con l’obiezione di coscienza si fanno ricadere sugli altri delle convinzioni personali che sono lecite e rispettabili appunto finchè restano nella sfera del “personale”, ma che non possono essere lecite quando pretendono di condizionare le scelte altrui o di imporsi a livello politico e legislativo. Questo perchè si tratta di convinzioni di tipo metafisico (spesso religioso) che come tali non hanno riscontri oggettivi e quindi non possono essere fatti valere sul piano pubblico, dove le ragioni devono essere condivisibili su basi oggettive e razionali (almeno in democrazia). È il concetto stesso di “coscienza”, che è un concetto piuttosto oscuro e di origine cristiana, a non poter essere invocato come giustificazione ultima, quasi fosse una zona franca che giustifica qualunque comportamento e rispetto a cui nessuno è autorizzato a chiedere ragioni. Le “ragioni private” non sono affatto ragioni, così come la “coscienza” non è affatto una giustificazione.
L’obiezione di coscienza è dunque un lusso, e come tale bisogna poterselo permettere. Per permetterselo, bisognerebbe poter garantire il servizio sanitario dell’aborto senza costi economici, psicologici e sulla salute aggiuntivi per le altre persone. Costi economici si hanno quando bisogna pagare (e profumatamente) un medico non obiettore perchè sostituisca il collega obiettore: in questo modo il servizio sanitario, cioè lo Stato, cioè tutti noi, staremmo pagando con le nostre tasse un prezzo per le convinzioni morali e religiose di alcune persone, il che è contraddizione con l’idea di Stato laico. Costi psicologici si hanno quando la donna è costretta ad attendere o a richiedere un medico non obiettore perchè la sua decisione solleva gravi problemi morali per qualcun altro, come se la scelta di abortire non fosse già sofferta e dolorosa di per sè. Costi per la salute si hanno quando le difficoltà a reperire i medici obiettori crea ritardi o comunque mancanza di adeguata assistenza sanitaria causando danni fisici alle donne. Garantire il diritto all’obiezione di coscienza non consente di evitare questi costi.
La risoluzione della Commissione all’Assemblea Parlamentare Europea punta a un "compromesso” che tuteli il diritto a ricevere le prestazioni sanitarie allo stesso modo in cui tutela l’obiezione. Ma credo si tratti di una proposta che concede troppo, perchè non sono due diritti che stanno sullo stesso piano. Qualunque compromesso, per quanto sbilanciato in favore dei diritti dei pazienti, significherebbe comunque far pagare un seppur minimo costo per questioni “di coscienza”, cosa non compatibile con l’idea di laicità e democrazia che si vorrebbe per l’Europa.

mercoledì 8 settembre 2010

Broken hearts and obsession, why giving up on your ex mate is so hard as overcoming drug addiction

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Il link originale a questo post su può trovare su http://www.practicalethicsnews.com/practicalethics/

A study recently published on the Journal of Neurophysiology investigated a group of 15 people recently abandoned by their partners to understand the process of unreciprocated love and romantic rejection. The researchers “used functional magnetic resonance imaging to study 10 women and 5 men who had recently been rejected by a partner but reported they were still intensely "in love." Participants alternately viewed a photograph of their rejecting beloved and a photograph of a familiar, individual, interspersed with a distraction-attention task. Their responses while looking at their rejecter included love, despair, good, and bad memories, and wondering why this happened”.


The study was aimed to test four predictions 1) rejection activates subcortical reward systems that mediate motivation and reward 2) romantic rejection activates subcortical and cortical areas associated with drug craving 3) romantic rejection engages forebrain areas activated by losses and gains and gain anticipation 4) romantic rejection activates brain regions associated with the autonomic nervous system because the subjects show a range of intense emotions.

Romantic love has been already proved to be an addiction as for instance previous studies showed that romantic love and cocaine addiction behaviours share survival activation in the brain, explaining the strength of the obsession.

Most of us experienced themselves the obsession and the excruciating pain when rejected and abandoned, together with feelings of despair, anxiety, loss, love and hate. Some of the sentences the subjects of the study pronounced were “I think about him constantly” (and all the subjects declared to think of their loved ones for more than the 85% of the day) or “I want a letter from him, or a phone call; I want some respect” (all the subjects showed anger as well as the need to understand why the relationship didn’t work) or another one, to explain his pain, said “It hurts so much. I crumble. I just start crying”. And maybe the subjects couldn’t explain their contradictive feelings in such a beautiful way as the Latin poet Catullus (“odi et amo, quare id faciam fortasse requiris: nescio, sed fieri sentio, et excrucior[1]) but they surely meant exactly the same thing when they declared “I hate what he did to me, but I still love him” or “ I kept thinking, I love you, I hate you; how could you do this”.

Have you ever tried to pay attention to songs lyrics after a bad break-up? If so, you have surely had the feeling that the most of them were written by people who were in pain and that somehow they could express perfectly how you were feeling at the moment identifying yourself with the artist (for a similar process reading poems or novels cfr. Harold Bloom, The Anxiety of Influence).

Unfortunately just sometimes the “side-effect” of a break up is something beautiful as a song or a poem, but in many other cases it brings tragic effects. For instance in 2009 in Italy 119 women have been killed by their ex-mates and some of them committed a suicide soon after the homicide. Even If we want to leave aside these extreme cases we anyway need to consider people who experienced deep sadness and severe depression because of romantic rejection. At the end of the study the authors write “The perspective that rejection in love involves subcortical reward gain/loss systems critical to survival helps to explain why feelings and behaviors related to romantic rejection are difficult to control and lends insight into the high cross-cultural rates of stalking, homicide, suicide, and clinical depression associated with rejection in love”.

We now have several studies that prove the similarity between romantic love and drug addiction and we know very well the effects of dependence/withdrawal from drugs. We need to take more seriously the pain of broken hearts and develop strategies to speed the process of recovering. Some people have the ability to use their pain to learn from the past, to become stronger and to even produce something artistically valuable, but many others are overcome by pain and suffer in a way that prevent them to live their lives and to move on to a better relationship. Studies like this one I shortly summed up help to understand these mechanisms. Moreover they give us the hope that one day we will able to delete painful memories of ex mate like in the movie “Eternal Sunshine of the Spotless Mind” or to find technologies or pills that will help us to skip all the pain that follows the break up.

Some people are concerned about the side effects of “too much happiness” as for instance a lot of artists produced their masterpieces while suffering. I agree that a happy Catullus would have never written those beautiful poems. But I also think that most of the time we need masterpieces to compensate the intrinsic sadness of our lives, to understand that other people feel exactly as we feel and that broken hearts eventually recover (I explain this way the success of a song as “I will survive”, a hymn for every one who has been left). If at some point, hopefully, our lives will be always happy and we will be able to recover from a broken heart as fast as we recover from a broken tooth, we will not need anymore to find in artistic creations a mirror of our own pain. I think we need to free love from pain, as well as we need to free human lives (artists' ones included) from pain. Hopefully hymns from the future will celebrate happiness and not the mere fact that we “will survive”.

[1] I do love and I do hate, you maybe ask how I can do this: I don’t know. But I feel it is happening and it is an excruciating pain (the translation is mine).

sabato 28 agosto 2010

Quale comunicazione in bioetica?

La “comunicazione della bioetica” sta attirando le attenzioni del Governo, almeno quanto la bioetica stessa. Nasce Biomedi@ alla Regina Apostolorum, per una corretta informazione nei mass media: lo scorso marzo un gruppo di lavoro presentato dal Sottosegretario Roccella propone, oltre alla formazione dei giornalisti e dei divulgatori, una sorta di mappatura delle “buone” e “cattive” testate giornalistiche. In effetti nelle visioni più conservatrici non c’è differenza tra comunicazione, informazione e formazione. E’ bene però provare a distinguere gli ambiti e a chiederci quale informazione mediatica, quale formazione e quale comunicazione sulla bioetica vorremmo oggi nel nostro Paese.
Informazione/Formazione. Nell’ambito dell’informazione mediatica, intesa come flusso unidirezionale di messaggi da uno/pochi a tanti, gli argomenti bioetici, in sé molto complessi, trovano un terreno piuttosto arido: la cultura scientifica degli italiani è molto al di sotto della media europea (dati OCSE-PISA). E’ solo un aneddoto, ma conosco medici e farmacisti che confondono il mifepristone con la pillola del giorno dopo. Risulta quindi molto difficile per la gran parte di noi italiani riflettere sui dilemmi etici posti dallo sviluppo delle biotecnologie e della biomedicina quando gli strumenti di comprensione sono poco efficaci. Con questa premessa credo, forse in modo semplicistico, che la divulgazione bioetica debba avere le stesse finalità e gli stessi metodi della più vasta divulgazione delle scienze. Eppure il nostro Governo si pone come obiettivo la comunicazione bioetica prima di aver mai delineato come interpreta e agisce la comunicazione della scienza biomedica. La notizia sui progressi della ricerca sulle staminali nella riparazione delle lesioni del midollo spinale dovrebbe avere obiettivi e modalità diversi da quella che riguarda le nuove terapie oncologiche con anticorpi monoclonali, ambito privo di risvolti bioetici? Il target dei messaggi, tutti noi e in particolare i malati e i loro familiari, hanno bisogni diversi riguardo a correttezza, equilibrio, comprensibilità dei messaggi stessi nell’uno e nell’altro caso? Credo di no. Una notizia scientifica sulla salute dovrebbe rispettare dei criteri di qualità come quelli proposti dall’Osservatorio della Comunicazione Sanitaria dell’Università di Pisa: correttezza, fonte affidabile, comprensibilità (linguaggio semplice), utilità e tono equilibrato. Ad integrazione dei fatti, le opinioni siano plurali e lo spazio concesso ad esse bilanciato. La voce delle associazioni dei malati – praticamente assente - non dovrebbe essere meno rilevante di quella di scienziati, bioeticisti, giuristi ecc. In questo senso intimorisce un po’ la formazione dei giornalisti e dei divulgatori conforme ad un modello unico, auspicata dalla Regina Apostolorum. Auguriamoci che i giornalisti scientifici gestiscano con responsabilità e autonomia il proprio aggiornamento professionale.
E i cittadini, chi li forma? Tra gli obiettivi di apprendimento dell’IRC nel secondo ciclo di istruzione (giugno 2010) c’è la “conoscenza degli orientamenti della Chiesa sulla bioetica”. Di fatto, e non c’è bisogno di provvedimenti o circolari, il Governo ha delegato l’insegnamento della bioetica, in assenza di una reale alternativa, agli insegnanti di religione cattolica. Ciò non è ammissibile in uno Stato laico. Ben vengano tutte le iniziative della Consulta di Bioetica, dell’UAAR, di Phylosophy for Children ecc. affinché ai bambini venga offerto un metodo per allenare le competenze logico-argomentative e il libero pensiero senza il quale sarà difficile in età più matura riflettere senza condizionamenti ideologici sugli interrogativi che il progresso biomedico e tecnologico pone.
Comunicazione. Il Governo ha di recente promulgato la propria agenda bioetica (agenda in senso letterale), come indicato da un precedente post. Credo, ma potrei sbagliarmi, che sia la prima volta che un governo italiano, utilizzando lo strumento classico della comunicazione istituzionale riservato agli eventi di rilievo, la conferenza stampa, “lanci” un documento di taglio mediamente divulgativo sulla propria visione e missione riguardo alle questioni bioetiche. Questo in sé sarebbe lodevole perché in un unico documento leggiamo nero su bianco valori ispiratori, orientamenti e intenzioni di governo su tutto un ventaglio di questioni. E nessuno lo aveva sollecitato, per giunta. Non siamo certo in un contesto evoluto come quello statunitense in cui il flusso dei messaggi non avviene solo “top-down” ma il sistema di comunicazione è alimentato dal basso. E’ il caso molto bello di Science Debate, un movimento di migliaia di individui tra ricercatori,ingegneri, associazioni di pazienti ecc. che alle ultime elezioni presidenziali hanno posto ai due contendenti precise domande sui temi più caldi dell’innovazione scientifica e tecnologica, tra i quali in primo piano quelli bioetici come la ricerca sulle staminali. Quando il flusso non è più solo unidirezionale ma multi-direzionale allora c’è Comunicazione e, in un contesto ideale davvero democratico, il feed-back non è solo evocato su richiesta e commissione (sondaggi) ma in un processo continuo tende ad influenzare i decisori. In una epoca di new media, le persone non vogliono solo essere informate ma vogliono anche informare, produrre contenuti, orientare chi governa. A questo proposito ho trovato piuttosto brutto nell’agenda bioetica il riferimento ai registri per i testamenti biologici che “hanno scopi politici ma non possono offrire un reale servizio al cittadino”: questi registri, in una nuova “fase post-Eluana”, sono esempi di comunicazione bioetica “bottom-up” e per questo forse sono temuti e dunque svalorizzati.
Se consideriamo infine la comunicazione come amplificazione mediatica del dibattito bioetico, vorrei citare la Prof. Franca D’Agostini, che ha recentemente ricevuto il premio della Comunicazione Castiglioncello per il libro “Verità avvelenata. Buoni e cattivi argomenti nel dibattito pubblico”. L’autrice ha ribadito quanto la bioetica rappresenti un ambito particolarmente avvelenato del dibattito pubblico. Richiamando la teoria dell’argomentazione, premesse vere (metodo filosofico e scientifico), inferenze valide (logica)e persuasione (retorica) sono l’impalcatura delle argomentazioni credibili. Ciò può aiutarci a valutare anche sulle questioni bioetiche le argomentazioni che ci vengono proposte. Evidentemente quando le premesse non sono vere in senso filosofico e scientifico (“la vita è un bene prezioso e indisponibile”), le inferenze non hanno un fondamento. E l’unica arma persuasiva rimane una retorica ipertrofica che è bene che impariamo a fiutare e rifiutare.

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giovedì 26 agosto 2010

Gli ultimi giorni di Eluana: precisazioni in merito. Replica di Elena Nave ai commenti di Toni Capuzzo su Il Foglio del 18 agosto 2010

Riceviamo e pubblichiamo il testo di Elena Nave

Quale curatrice del volume di Amato De Monte e Cinzia Gori, Gli ultimi giorni di Eluana(Biblioteca dell’immagine, 2010) non potevo restare indifferente ad un articolo pubblicato da Il Foglio il 18 Agosto 2010, e firmato da Toni Capuozzo, un giornalista che ritenevo professionista attento e scrupoloso.

In questa sede il vice-direttore del TG5 rivolge al testo di De Monte impropri quanto svilenti commenti che, forse per la loro approssimazione, forse per la loro inesattezza, muovono il dubbio che Capuozzo questo libro non lo abbia letto affatto. Perché, se lo avesse letto, non avrebbe certo potuto scrivere, testualmente: “il libro ha avuto, in realtà, uno scarso eco, anche perché, sottoforma di memorie personali, non fornisce risposte alle affermazioni di altri libri, sulle reali condizioni – il peso la presenza o l’assenza di piaghe – della degente de La Quiete”.

Prendo allora il testo di De Monte e vi leggo, p. 67: “(…) appena messo in trazione il lenzuolo per farla scivolare nel letto, mi meravigliai del peso. Non era certo leggera come tutti immaginavano. Con l’autopsia avremmo poi scoperto che pesava oltre cinquanta chili”.

Continuando nella lettura, p. 69: “La guardai e l’unica cosa che mi colpì del suo volto furono due brutte escrescenza alle orecchie. E cosa pensare di queste tumefazioni?” (tumefazioni alle quali sono state dedicate diverse pagine); p. 70: “Controllai il sondino naso-gastrico e mi meravigliai che non ci fossero piaghe da decubito alla base delle narici”.

Ancor prima, se ciò che interessa è la condizione di Eluana, p. 32, II capitolo: “Le suore, effettivamente, l’avevano accudita bene: non era certo sottopeso, non aveva piaghe da decubito, nemmeno alle narici, dove era posizionato il sondino. Constatai una ridotta rigidità complessiva compatibile con uno stato di tetraplegia documentato in seguito anche dall’autopsia”.

Non risulta corretto sostenere che questo libro non abbia replicato alle molte asserzioni inerenti le presunte condizioni di vita, e di morte, di Eluana. Sono qui contenute molte spiegazioni degli aspetti clinici e meno tecnici che hanno riguardato gli ultimi giorni di vita della donna: si commenta l’ipotesi che Eluana avrebbe potuto soffrire, così come quella ancor più suggestiva che la donna sarebbe morta per fame e sete tra sofferenza inenarrabili, si descrive l’iter che ha portato alla stesura del protocollo clinico, per arrivare agli estratti delle denunce penali. Gli autori non si sono risparmiati nel fornire la cronaca dettagliata di ogni evento che ha riguardato la loro assistita.

A ben vedere in questo libro c’è molto di più di ciò che l’editorialista de Il Foglio presume: essendo questi autori coloro che hanno personalmente preso in carico Eluana nei suoi giorni udinesi, nessuno più di loro può essere deputato a raccontare cosa avvenne a La Quiete nella prima decade del febbraio 2009. Contenuti inediti e aspetti meno noti della vicenda sono stati ricostruiti con dovizia di particolari e precisione (penso alla grave mancanza delle suore misericordine, che lasciarono andare via Eluana dalla Casa di Cura di Lecco senza alcuna consegna infermieristica, penso alla prima notte di Eluana a Udine, quando espulse il sondino naso-gastrico che la nutriva, ma penso anche all’attenta parafrasi dei risultati dell’autopsia, così poco evidenziati dai media nazionali, eppure così importanti per sfatare il mito della buone condizioni di salute di Eluana, dei suoi forti polmoni, del suo cervello).

Tale volume si distingue da ogni altro che abbia trattato il “caso E.E.” già solo perché un ampio ventaglio di eventi poteva essere conosciuto e raccontato solo da coloro che hanno assistito Eluana in prima persona. E lo hanno fatto con tutto l’impegno e la serietà di cui sono capaci. A De Monte e Gori va il merito di essere rimasti tenacemente, tragicamente ancorati alla loro diretta esperienza. Agli altri, rispetto agli ultimi giorni di Eluana, rimangono le congetture e le presunzioni, a tratti incredibilmente fantasiose.

Da ultimo, a rigor di cronaca, l’editore informa che Gli ultimi giorni di Eluana “non ha avuto eco” al punto che la prima tiratura di cinquemila copia è stata esaurita in poco meno di due mesi; uno scrittore quale è Toni Capuozzo può comprendere quanto ciò - rispetto al mercato editoriale italiano, e rispetto al fatto che questa è l’ottava pubblicazione in commercio che tratta della vicenda di Eluana - sia degno di nota.

Siamo più che disposti ad imparare da ogni sorta di considerazione critica rispetto ai contenuti di questo libro. Chiediamo però, come conditio sine qua non affinché tali critiche siano prese sul serio, che il libro sia stato, se non studiato con zelo, almeno letto.

Torino, 24 Agosto 2010